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QUELLA VOLTA DA ANCONA A BOZAVA E DINTORNI

DAL 20 MAGGIO 2006 CON RITORNO IL 27 MAGGIO


Andrea era lo skipper e l'equipaggio era formato da Federico, Francesco e me, che sono Maria. Della vela conosco quanto basta per assaporarla, ma in realtà il mio scopo è di dare disturbo ad Andrea, il quale, per un anno intero, mi ha nascosto di avere una barca (dico io) o non gli è capitato di parlarne (dice lui). Quando poi sono diventata “Il fiore all'occhiello” del “Metodo AP”, vi lascio indovinare di chi è stata l'idea.
Ma facciamo mente locale su venerdì 19 maggio, il giorno prima della partenza.
Cena esagerata al ristorante e Renzo, un amico della vela, che era venuto a salutarci.
Renzo stava per partire con noi che gli dicevamo: “Quando ti ricapita?!....” Infatti, mi sa tanto, che, per ora, non gli è più ricapitato.
Monia, un'altra amica della vela, stufa di aspettare l'equipaggio che faceva la spesa, non venne invece alla cena. Se la tirava allora, ma dopo, proprio lei, ci ha fatto delle cene esagerate.
Trascorremmo la notte in barca con sveglia per le quattro del mattino.

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Alle 4.30, mollavamo gli ormeggi e ci lasciavamo alle spalle il litorale anconetano, abbastanza provati dalla levataccia.
Dopo qualche ora di navigazione, la barca finì in un banco di nebbia talmente spessa che non lasciava intravedere nulla, né prima e né dopo, una specie di tunnel spazio-temporale. Uscimmo dalla nebbia fradici: i giubbotti come le vele.
A riportarci in clima di ottimismo, fu una famigliola di delfini, che riuscì, per un po', a distrarre anche Federico.
Federico fu quello a risentire di più delle onde della traversata. Non stava fermo un attimo perché si allenava per la maratona che avrebbe fatto qualche mese dopo.
Andrea dormiva sottocoperta. I delfini li aveva già visti molte altre volte. Non quelli però!
Finalmente, arrivammo in vista del Faro delle Punte Bianche: erano circa le quattro del pomeriggio.

Poche miglia prima di giungere sottocosta, riuscivamo a pescare uno sciuro alla traina, con molte speranze soprattutto per Francesco, che divenne l'addetto alla pesca per tutta la settimana. In genere, io gli facevo da valletta.
Passammo in mezzo alle isole, identiche a come le aveva descritte Andrea. Sembrava che le promesse si mantenevano tutte, compreso il bel tempo.
A terra, portammo i documenti alla Dogana di Bozava e, nel porticciolo, Andrea sfilettò il pesce, che cucinammo con i fusilli.
Notte a Bozava: la prima notte in Croazia.

 

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Domenica mattina, andammo a vela fino all'isola di Molat, timonando un tratto per ciascuno.
Un piacevole vento, (che lo skipper diceva da sud-sud est), ci consentì di partire da Bozava con l'andatura di poppa, poi proseguimmo a farfalla, che non capita quasi mai, e, dopo qualche manovra di abbattuta, fu possibile anche un tratto di lasco.
Facemmo quindi una puntatina al paese di Brgulye e infine in baia alla boa: c'era un'acqua stupenda.
Francesco approfittò per montare la canna da pesca. Si fece buio che non si era ancora pescato nulla, ma intanto, prima che calasse l'umido, avevamo tutti fatto il bagno.
In realtà, i pesci si rivelarono molto più smaliziati del previsto, non solo in quella occasione. Francesco metteva sull'amo ogni sorta di esche: probabile che non piacesse quella artificiale, ma nessun pesce abboccava neppure col pezzetto di pancetta, l'avanzo dei frutti di mare o le molliche di pane. Quando, poi, si lanciava l'esca in acqua senza l'amo, i pesci, a branchi, venivano a galla e si mangiavano tutto.

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Lunedì 22 maggio, al risveglio, la stessa acqua meravigliosa del giorno prima e già pensavamo in quale modo si sarebbe potuto allungare la vacanza oltre la settimana programmata.
Ci spostammo a vela all'isola di Iz, dove ci fermammo in baia all'ancora.
Raggiunta la riva col canotto, comprammo, dai pescatori del luogo, sei orate (ancora vive) e tante cozze.
Mentre cercavo di scendere a terra, il canotto si allontanò dal molo e mi trovai lunga, quasi in acqua, se non fosse per merito di Federico che mi salvò la vita. La vera fortuna fu, senz'altro, che non avevamo appresso la macchina fotografica.
Intanto che pulivamo il pesce sopra un moletto, si avvicinarono una rana pescatrice e una pannocchia, e, tonte tutte e due, si lasciarono prendere con le mani.
La sera, a cena, ci fu il seguente menù: zuppa con due orate, le cozze, la rana pescatrice e la pannocchia, come primo, quattro orate arrosto, per secondo.
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Martedì spostamento a Brbnye, sempre a vela, sempre a turno al timone.
Col vento fresco, andatura al traverso, fu quella l'occasione di gustare le doti nautiche dell'Elan 34. Volava con passione sulle onde, (e naturalmente volavamo anche noi), in qualche momento, persino esagerando.

Giunti a destinazione, lo skipper, Andrea, prenotò, per il giorno dopo, 3 Kg di agnello, da cucinare alla Peka, cioè arrosto, col fuoco sotto la pentola e fuoco sopra il coperchio.
La specialità andava ordinata almeno con un giorno di anticipo, durante l'alta stagione. A maggio, Andrea convinse il cuoco ad aprire il ristorante per noi.
Credo che, proprio la sera di quel martedì, per non pensare all'arrosto, fosse la volta della “Carbonara del Comandante”.
Non ve la so descrivere e comunque è una ricetta segreta di Andrea.
Dopo cena, mentre calava vertiginosamente il livello del rum, guardammo, in DVD, il film “Master e commander”, immedesimandoci nell'equipaggio della nave “HMS Surprise”.
E sì, prima che ci addormentassimo, la bottiglia era decisamente vuota.

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Mercoledì 24 maggio fu di relax a Brbnye.
A metà pomeriggio, cominciò a piovere e ci riparammo sottocoperta.
Per passare il tempo, i ragazzi si misero a leggere e io presi tantissimi appunti per la poesia che avrei scritto in seguito.
Poi, a bordo del canotto, raggiungemmo il ristorante.
L'agnello, che ci portarono in tavola, era delizioso anche a vedersi e non ne rimase neppure un pezzetto.
Mentre Francesco si tratteneva, per pochi minuti, al telefono, Federico gli rubava la carne dal piatto. Io, che sceglievo il pezzo più appetitoso, me lo vedevo soffiare da Andrea... Abbiamo finito la cena in un “puccio” generale.

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Il giovedì cominciò col trasferimento a Saly, con il vento contro, quindi a motore.
La sosta era obbligatoria per il rifornimento d'acqua e per la spesa agli alimentari. Le vettovaglie che parevano eccessive per otto giorni, erano state sufficienti soltanto per cinque.

 

Da Saly, continuammo col trasferimento verso il Parco delle Incoronate e poi al Parco di Telascika. Partimmo a motore, ma, appena possibile, andammo a vela.

Oltre lo stretto canale di accesso al Parco delle Incoronate, il Canale di Katina, ci prese di sorpresa un vento molto forte; cambiava spesso direzione, incanalandosi tra le numerosissime isole.

Lo skipper decise di ridurre il Genoa e di prendere due mani di Terzaroli. Allora non sapevo con precisione in che cosa consista la questione dei Terzaroli. Una cosa però era chiara e cioè che, se non basta nemmeno Terzaroli con le sue mani, bisogna riavvolgere il Genoa, tirare giù la Randa e, a motore, puntare verso l'insenatura più vicina.
Dopo tanto sballottare, la barca fu finalmente in baia, alla boa.
Andrea e Francesco, incuranti dell'acqua fredda e del vento, fecero il bagno: che invidia!

 

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Venerdì trasferimento a Bozava, ancora col vento contro, ancora a motore.
Durante il tragitto, si parlava di una tappa intermedia in un molo che un tempo era stato adibito a sosta per i sommergibili. Quando ci arrivammo, fu per me una grande delusione non trovare il bel ristorantino che immaginavo vi fosse.

A Bozava, così come all'arrivo, ci fu la sosta per i documenti.
Sul molo, riuscimmo a fare le foto con tutti e quattro insieme, perché Francesco aveva scoperto l'autoscatto nella mia macchina fotografica. Da allora, lo so usare anch'io.

 

La notte fu, come di norma, nella baia, alla baia di Brgulie (notte prima del rientro...).

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Sabato 27 maggio, sveglia alle 3.00, col buio pesto e partenza per Ancona.
L'alba giunse che ancora si vedeva la costa croata e noi arrivammo in quel di Ancona che erano circa le 13.00.
Concludo con il saluto che ci siamo dati, sul molo, a Marina Dorica di Ancona:



“Alla prossima...”


 
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